
Alcuni giorni or sono, un amico, più precisamente un libraio, mi chiese di scrivere un pezzo sul vittimismo. La cagione stante nel mio voluto sentirmi vittima, a scopi puramente ironici, nel con lui e circostanti genti relazionarmi.
Nel raccontarle ciò, una parte del mio cuore ha fortemente riso, in virtù del mio a tratti solito sfogarmi con lei in maniera, diciamo così, autocommiserativa, per scopi non puramente ironici. La qual cosa, a ben vedere e ad ovvia ragione, la mandava per dirla così, "su tutte le furie".

Passati quindi una diecina (non errore di battitura, bensì arcaismo,
nda) di giorni, riflettendo su cosa scrivere e sul comportamento serioso che tanto snervare facea (altro arcaismo, si vede che oggi mi sento antico) suddetta sezione cardiaca, mi sono gettato in codesta nuova fase, in cui a scanso di equivoci, son convenuto con il sottoscritto che fosse meglio mettere da parte tali atteggiamenti, così detti "vittimistici", vuoi seri o faceti. Sicchè da un post sul vittimismo, mi ritrovo a passare ed a scrivere di questa intenzione in un post "post-vittimistico". Il che taglia la testa al toro.
p.s. Avendo quindi bandito, o se vogliamo, ucciso il vittimismo, si può dire che questo sia diventato vittima di un vittimista?
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